Dodici mesi su una nave non sono semplicemente dodici mesi di stage. Per un Allievo Ufficiale rappresentano il momento in cui ciò che è stato studiato in aula smette di essere un esercizio e diventa lavoro vero: è un’esperienza professionale che esonda anche nella vita personale. Per gli Allievi Ufficiali dell’Accademia Nautica dell’Adriatico le esperienze di imbarco – complessivamente 12 mesi non continuativi – sono il primo assaggio di un mestiere che ha ritmi e regole tutte sue. Al di là dell’apprendimento lavorativo bisogna capire come inserirsi in un equipaggio, rispettare gli orari, organizzarsi negli spazi condivisi e trovare rapidamente un equilibrio tra lavoro e riposo.
Nei primi periodi anche le cose apparentemente più semplici possono richiedere adattamento; la giornata non è più scandita dalle abitudini di casa e il tempo libero diventa qualcosa da gestire con attenzione, perché spesso è limitato e deve bastare per riposarsi, sentirsi con amici e famiglia e ritagliarsi qualche momento per sé. Progressivamente ci si abitua a essere responsabili del proprio tempo e del proprio ruolo, comprendendo che anche una mansione assegnata a un allievo fa parte di un’organizzazione molto più grande e che perciò le attività devono essere svolte in determinati momenti, ci sono procedure da rispettare e persone con cui coordinarsi.
C’è però una parte dell’esperienza di cui si parla meno facilmente. Durante un imbarco si può avere la sensazione di sparire temporaneamente dalla quotidianità degli altri. La vita a casa, “lontano”, procede mentre chi è in mare osserva molte cose attraverso messaggi, fotografie e videochiamate e deve imparare a mantenere le proprie relazioni (affettive e familiari) a distanza. È una sensazione particolare perché, dal punto di vista di chi è imbarcato, quei mesi sono tutt’altro che “fermi”: si lavora, si imparano cose nuove, si visitano luoghi diversi e si accumulano esperienze difficili da vivere altrove. Eppure si rischia di cadere nel pensiero opposto, sentirsi in una sorta di limbo mentre si ha l’impressione che solo gli altri stiano andando avanti. Superare mentalmente questo passaggio può essere una delle difficoltà dell’imbarco. Con il tempo, però, cambia anche la prospettiva: mentre alcune esperienze vengono inevitabilmente perse, se ne stanno vivendo altre che richiedono autonomia, capacità di adattamento e una maturità molto diversa da quella della normale routine a terra.
Se da una parte ci si allontana dalla propria cerchia abituale, dall’altra si entra in contatto con persone che probabilmente non si sarebbero mai incontrate restando a casa. Gli equipaggi possono essere composti da professionisti provenienti da diverse regioni italiane e da molti Paesi del mondo, con lingue, abitudini ed esperienze differenti. Lo stesso accade già durante la frequenza dell’Accademia: studenti che arrivano da territori diversi condividono lezioni, esercitazioni e periodi di formazione, creando una rete di conoscenze che può continuare anche una volta terminato il corso.
I dodici mesi di navigazione servono naturalmente ad acquisire le competenze necessarie alla professione di Ufficiale di Coperta o di Macchina, ma sarebbe riduttivo considerarli soltanto una voce del programma formativo. Sono mesi molto intensi e alla fine dell’imbarco si torna ai vecchi luoghi familiari con una nuova prospettiva con cui guardarli. Ci si rende conto di cosa ci è mancato e cosa si è rivelato davvero importante, e si torna avendo scoperto quale tipo di persona diventiamo quando dobbiamo cavarcela con maggiore autonomia.